Oggi vorrei condividere con voi una cosa che ho in testa da un po’ di tempo.

Una di quelle idee che ti sfiorano e spariscono, ma lasciandoti la pulce all’orecchio, pensieri che ritornano e ancora fuggono via.

Adesso è il momento (almeno credo) di vederci chiaro, quindi ho deciso di farmi seguire da un allenatore.

Inizialmente la cosa non era neanche lontanamente considerabile: il mio UNICO lavoro è fare l’ allenatore, quindi chi meglio del sottoscritto avrebbe saputo cosa fare, quando e a che intensità.

La cosa più difficile nel redigere programmi personalizzati di allenamento, è il creare delle linee guida che coniughino le richieste del coach con la vita sociale dell’atleta, fatta di lavoro, famiglia, sport, ecc…

Per cui essere il coach di se stessi è il top pensavo, chi meglio di me mi conosce??

Se sono stanco oppure ho dormito male, se avrò una giornata piena di impegni al lavoro o mi potrò permettere 3h di allenamento lo saprò meglio di chiunque altro.

Queste convinzioni fino ad ora mi avevano portato a pensare di essere un privilegiato.

Poi però ho iniziato a notare una cosa: alcuni dei miei atleti, i più precisi e metodici ( un po’ come piace essere a me…ma solo in ambito sportivo ahahah) dovendo condividere la propria attività sportiva con il proprio allenatore, non saltavano mai (o quasi) un allenamento.

Se le ripetute erano 7, ne facevano 7, 1h15’ di corsa non diventavano 1h e 10’: insomma, dettagli che, (attenzione, non vedeteli come i 5’ o la ripetuta…ma prendeteli nei 365 giorni l’anno) facevano la differenza.

Questo modo di “essere” costruisce uno schema , un modus operandi che poi fuoriesce dallo sport.

La precisione, la puntualità e la dedizione nell’allenamento (ad esempio il tenere duro ancora quei 5’ o quello sforzo in più per uno sprint in salita) sono sicuro che siano caratteristiche che poi contraddistingueranno questi atleti anche nel lavoro, in famiglia o con gli amici.

Ora, non voglio che pensiate allo sport come un secondo lavoro, dove se un giorno ho segnato in agenda le ripetute e sono stanco mi devo ammazzare nell’eseguirle.

Non è quello che chiedo ai miei atleti.

Anzi, nel tempo, cerco di insegnare loro come poter fare alcune modifiche al programma quando necessario, dicendo che vorrei che il nostro rapporto creasse atleti “intelligenti” che sanno quando spingere o quando sollevare il piede dall’acceleratore.

Andando a rivedere un po’ nella mia agenda gli allenamenti , mi sono reso conto che la programmazione era troppo spesso soggetta a variazioni: gli allenamenti più duri erano sul terreno a me congeniale ed ho iniziato a pensare che forse non stavo dando il 100%.

Per questo motivo mi sono deciso ad affidarmi anche io ad un allenatore e la mia scelta è ricaduta su Nicola Giovanelli.

Conoscevo Nicola di “fama” grazie ai suoi libri sul trail running (super consigliati), e già in precedenza si era reso molto disponibile ad uno scambio di idee riguardanti l’allenamento ed i test di valutazione funzionale.

Oltre al trail running condividiamo passioni come l’arrampicata sportiva e l’alpinismo, ed avendo alcuni obbiettivi personali anche in queste attività ho pensato a lui quando la scelta di un coach è diventata necessaria.

Con queste riflessioni volevo trasmettervi che se per un addetto ai lavori è difficile essere il proprio allenatore, ritengo che questa figura sia ancora più importante per tutte quegli atleti, agonisti o non, che vogliano migliorare.

E’ attraverso uno scambio di sensazioni ed opinioni che si creano le basi per una squadra vincente composta da ATLETA e ALLENATORE, perché l’esclusione di una delle due figure porta entrambe ad avere meno successo.

Il team deve essere allo stesso livello di comunicazione, e le decisioni prese mai in una sola direzione.

Anche il più bravo allenatore del mondo non conosce tutte le soluzioni!

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