Sono le 20.00 di martedì 14/09/2021 finalmente si parte, le ultime ore in camera non passavano più. Scendiamo e carichiamo tutto in macchina, cavoli ma fa veramente caldo! Ok primo cambio assetto, ritorno di sopra e via pantaloni e la termica a manica lunga, si parte in pantaloncini gilet e maglietta…prima caxxata evitata in extremis. Arriviamo alla partenza e incontriamo Manuel con suo fratello Simone, che gentilmente mi farà assistenza a Valtournanche in modo che Raffy possa riposare almeno la prima notte. Dopo un attimo ritrovo anche Aldo, mancano 15 minuti allo start. Lo speaker Gadin ci conferma che verso le 05.00 di domani pioverà, guardo Raffy e penso, cavoli noi ci ritroveremo solo ad Oyace verso le 10.30/11.00 (ricordatevi quest’orario). “Prendimi il guscio giallo in macchina, ho preso quello leggero ma ho paura che non basti se pioverà forte”. Io sono già in griglia ma la macchina è vicina, di sicuro correrà stai tranquillo, 10 minuti alla partenza…dai tranquillo che arriva, eccola a no, ma quanto…Arrivata!!! Secondo jolly e non sono ancora partito. Un bacio, a domani!!

5,4,3,2,1 BUON VIAGGIO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Sorrido e dico a Manuel, non sono mai partito così piano (camminando nel gruppo). Con calma iniziamo a correre, ricordo molto bene la prima parte di gara, oltre ad aver già partecipato nel 2019, provai i primi 50km con Ale. Ancora gente e tifo, poi noto sulla sinistra un viso familiare, è Chicco Pellegrino che è venuto a salutarci prima della partenza, ma ero talmente indietro da non averlo neanche visto. Ora era lì a bordo strada a fare il tifo, lui a me “in bocca al lupo” “in bocca al lupo a te” gli rispondo. Che grande. Inizia la salita. Quest’ anno abbiamo deciso che per migliorare le 34 ore dell’ edizione scorsa dovremo restare più tranquilli almeno nei primi 40km e così facciamo, salita regolare e in un attimo siamo già al Rif. Alpenzu, unico ristoro al quale non ci fermiamo perchè dopo soli 3km circa di gara. Sulla prima salita tutto bene, scolliniamo al Col Pinter e i primi 1600D+ sono andati. Mi raccomando le discese molto controllate ci diciamo e incredibilmente stiamo al piano. Regolari arriviamo a Champoluc primo vero ristoro 15km, ma non era sulla curva appena finito il sentiero? Nulla l’avranno spostato più avanti, attraversiamo tutto il paese, incontriamo Simone che ci saluta e che ritoveremo a Valtournanche. Finalmente il ristoro alla fine del paese. E’ sempre bello dopo qualche ora al buio entrare nei paesi addormentati dove ci sono solo pazzi ultrarunner, fantastici volontari e tifosi. Alla mezzanotte precisa beviamo il nostro primo thè e biscotti, ripartiamo nel tratto in falso piano che ci porterà all’imbocco del sentiero verso il Rif Grand Tournalin e dico a Manuel, “pochi minuti fermo e cavoli che freddo ho sentito” (e da qui…). Sempre regolari come ci siamo imposti iniziamo la salita. Dopo circa 1h lo stomaco inzia a dare segnali negativi, devo fermarmi due volte. Merda, in tutti i sensi, siamo a poco più di 4 ore e sono messo male, ho detto a Manuel che si saremmo visti al rifugio, speriamo. Arrivo al Tournalin, stomaco e umore a pezzi, però c’è il mio socio che dice di essere arrivato solo da 2-3 minuti, non gli credo, ma apprezzo. Mi chiede come sto, male troppo male per essere al 24° di 138km. Come per magia dal suo zaino esce una pastiglietta, IMODIUM mi dice, non ci penso un secondo e con due bicchieri di the ingoio e ripartiamo. Dal rifugio al Col Nana sono ancora 250D+ prima di scollinare e scendere a Valtournanche, sembrano eterni. Ecco ci siamo quasi, da dietro però mi arriva una frase secca, CRAMPI ALLO STOMACO, no cazzo in una coppia almeno uno deve stare bene per compensare il disagio dell’altro, così diventa ancora più dura. Iniziamo la discesa. Correre non se ne parla, ogni appoggio è un pugno dritto nell stomaco, da qui iniza uno scambio di “come stai?” “male” “tu?” “male”, “come va?” “male” “tu?” “peggio”. Siamo fottuti, 30km e siamo già a trascinarci verso il fondovalle. Penso al ritiro più volte, però alla base vita la Raffy non c’è, quanto mai non l’ho fatta venire però potrei chiamarla, ma scusa volevi farla riposare e poi la chiami in pena notte e gli fai fare un ora e mezza di macchina preoccupata? “Manuel io mi ritiro appena siamo giù” “no aspetta, a me sono capitate crisi simili vedrai che passa” “ ma io non sono mai stato male di stomaco in gara, quanto dura?” “adesso arriviamo al ristoro e prendiamo qualcosa di caldo, riposiamo e vediamo cosa succede” “ok”. “Come stai?” “male” “sai che io invece…”. Finalmente la discesa finisce e negli ultimi minuti il dolore è diminuito. Cretaz (Valtournanche) 33°km. 03.35 del mattino, 6 ore e 35 minuti di gara nonostante tutto in linea con quello che volevamo fare, anche se 35 minuti più lento del 2019. Primo whats a Raffy, siamo tutti e due ko-non mollare. Beviamo the, un pò di coca, altro the, ma non mangio da Champoluc. Lo stomaco è chiuso ma il dolore adesso, seppur stabile è diminuito, non per Manuel. Prova a mangiare qualosa ma niente, si cambia e lo invidio perchè non ho preso nulla e tutto il mio vestiario è in macchina a tenere caldo il borsone. Il tempo passa e adesso è Manuel a parlare di ritiro, ha la testa appoggiata al tavolo e sta proprio male. “Dai proviamo, al massimo si può tornare qui, c’è tuo fratello ad aspettare” non sembra convinto ma poi, all’improvviso, si alza deciso e penso, grande lo sapevo che non avrebe mollato poi lo vedo partire quasi correndo verso l’uscita del tendone e resto spaesato. Esce appena in tempo per vomitare. Ecco, penso, adesso è veramente finita tornerà qui si sdraierà e addio Tor Dret. “Va bene, andiamo” non credo alle mie orecchie ma sono ben felice di ripartire dopo circa 50 minuti. Andiamo avanti come due zombie. Nel 2019 in questo tratto si agganciò a me Valery, un ragazzo russo che viveva in Italia, dicendo che gli piaceva il mio ritmo, al contrario di quello di un suo amico che secondo lui era partito troppo forte.

Ci superano parecchi atleti e finalmente arriviamo al Rif. Barmasse, sono quasi le 06.00. Ancora the e un pò di brodo caldo, veniamo a sapere anche dell’arrivo e nuovo record di Collè, incredibile “ma come fanno a tenere duro così tanto secondo te, io è da 7 ore che ho mal di stomaco e sono a pezzi”. Ripartiamo sotto una bella pioggia, leggera discesa e posso corricchiare ma Manuel no, per lui ogni salto è ancora un cazzotto da togliere il fiato. Lentamente avanziamo e mi sento meglio, ci provo, devo provarci e mangio un gel, come va va. Aspetto il momento in cui butterò fuori anche l’anima per questo azzardo e invece nulla, tutto liscio. Lo spirito e l’umore iniziano a risvegliarsi come il nuovo giorno che ci aspetta. All’alba siamo al Fenetre d’Ersa 42km 4500D+, da qui discesa e una bella poderale fino al Gordza, prossimo ristoro. Non ricordo assolutamente nulla di questo tratto, incredibile, mentre Manuel mi spiega ciò che ci aspetta riesco anche a mangiare una barretta, primo cibo solido e soprattutto energetico dopo ore. La strada è praticamente piatta ma di correre non se ne parla, potrei farlo, Manuel mi incita più volte ad andare, ma non me la sento sono sicuro che fra poco anche lui starà meglio e andremo avanti insieme. Sono le 07.00, provo ad avvertire raffy del nostro super ritardo ma è già partita verso Oyace, avrà di che annoiarsi. Cavoli sono quasi le 08.00 e con Tatiana abbiamo organizzato delle dirette live dalla gara, la connessione sembra buona e infatti riusciamo e parlare della lunga nottata di crisi e della speranza di aver superato le difficoltà. Ci salutiamo dandoci appuntamento nuovamente alle 12.00. Arriviamo a Gordza, con Simone che ci viene incontro, nota subito che non siamo al top ma ci sprona a non mollare. Ora apro una parentesi che non avrei mai voluto fare ma soprattuto non mi sarei mai aspettato di dover fare al Tor. Chiunque abbia fatto questa gara vi parlerà di una Valle intera che si mette a nostra disposizione, una flotta di volontari magnifici che non potremo mai ringraziare abbastanza. Questa premessa perchè prima e unica volta in due anni e 36 ristori al Tor Dret, sono rimasto veramente deluso. Iniziavo finalmente ad avere fame e al ristoro c’erano alcuni crostini, un vassoio di salame e da bere, stop non avevano più niente. Non so cosa sia successo, ma in un rifugio con una strada di accesso quindi nessun problema di trasporto non abbiamo potuto mangiare. Avevamo gli integratori ovviamente, ma in gare così lunghe ti basi sul fatto di poter mangiare del cibo vero ai ristori ufficiali del percorso. Mangio una baretta mista a delusione e un pò di rabbia. Manuel invece è ancora bloccato, beve un pò di the ma nulla di più,è troppo che non mangia e decide di chiamare la sua ragazza. Conosco bene questi momenti, feci lo stesso nel 2019 quando tra Oyace e Ollomont quasi in lacrime per il dolore alle tibie e in preda alla disperazione chiamai l’ultima ancora di salvezza ”pronto?” “Raffy mi ritiro, basta non ce la faccio più sei già partita da Oyace?” “Sì sto andando a Ollomont, dai tieni duro” “appena arrivo mi ritiro”, ovviamente non lo feci ma tanto mi bastò per andare avanti. Manuel non se la sente di ripartire con me, sa che adesso viene una parte molto dura e decide di entare al caldo del rifugio sperando in un ultimo miracolo. Li saluto e raccomando a Simone di non farlo mollare e aggiornarmi sulle condizioni, so che se si riprendesse a breve ci potremmo ancora ritrovare. Lo lascio lì dove nel 2019 ci siamo incontrati. Ero arrivato al ristoro insieme a Valery e un ragazzo mi saluta dicendomi “ma non sei l’Andrea di Bergamo?” “sì” anche se guardandolo il suo viso non mi diceva nulla “anche io sono di Bergamo, mi chiamo Manuel” “dai bene, in bocca al lupo” e ripartii con Valery. Dopo pochi minuti ci raggiunse e non ci separammo più fino a Courmayeur e nei due anni a seguire visto che dopo quella gara divenni il suo allenatore. Purtroppo Manuel non è più ripartito da quel ristoro e da dove due anni prima avevamo iniziato la gara insieme, quest’anno incredibilmente nello stesso punto la nostra gara si divide. Siamo al 49°km e 4600D+ quando inizio davvero la mia gara. La strada è sempre in pianura e adesso corro, il fastidio allo stomaco c’è ma spero non peggiori. Finalmente sono io che inizio a superare e nella mia testa inizia a farsi strada una solo parola, REMUNTADA costi quel che costi. Un’ ora e trenta e sono al Rif. Magià dove mangio al volo, non posso più perdere tempo ora che sto meglio, diluvia e sono un puntino giallo sotto il temporale che in un’altra ora arriva al Rif. Cuney sono le 11.17 ho percorso 59km 5670D+ e sono 108° con quasi due ore in ritardo rispetto al 2019. Sto benissimo, ancora un ristoro volante e via verso il bivacco R. Clermont che non ricordavo così lontano, corro e supero, corro e sorpasso ancora, ora solo belle sensazioni. Finalmente il bivacco, non voglio perdere tempo e bevo un the e mangio alcune albicocche secche, cerco di informarmi sulla meteo quando dalla radio di un volontario sento “a tutti i volontari, sensibilizzare i corridori sul fatto che la meteo sarà a tratti molto impegnativa” ottimo, sorrido al volontario, riparto ed in pochi minuti sono al Col Vessona 64°km. Da qui parte una discesa di 10km e 1400D- dove nel 2019 i tibiali hanno iniziato a farmi male. La temo e la prendo con calma, ma voglio correrla tutta ormai non ho più niente da perdere. Mi sento veramente bene, volo e il morale è alle stelle ed inzio a crederci un pò di più. Voglio chimare Raffy è da un pò che non ci sentiamo, da quando ho lasciato Manuel e sono in terribile ritardo al check point di Oyace, ma il telefono non prende. Le avevo detto di essere lì per le 10.30, sapendo che lei sarebbe arrivata minimo alle 09.00 per sicurezza ma sono le 12.30 e sto ancora scendendo. Supero e incoraggio gli altri atleti, in questo momento mi sento invincibile corro anche gli strappi in salita e finalmente sono a Oyace 74km 6600D+ sono le 14.11, 1h24’ di ritardo dal 2019 e sono 62°. Finalmente dopo 17 ore arrivo, per me sono i momenti più belli, quando so che sto per arrivare ad una base vita con lei che avrà preparato tutto per coccolarmi, mi cresce una gioia dentro che non so spiegare. “Come stai?” “adesso meglio e tu, hai preso freddo? Ti sei rotta le palle ad aspettarmi?” “ no, no” certo e chi si annoierebbe da solo, per cinque ore ad aspettare tra acqua e umidità?! Ma non me lo dirà mai, perchè come dice Jova, la mia ragazza è magica! Ha già preparato le cose che le avevo anticipato con un messaggio vocale che speravo sarebbe partito prima del mio arrivo. Finalmente posso cambiarmi, non vedevo l’ora, mangiare il mio burro d’arachidi e fare un bel massaggio, ebbene sì qui e a Ollomont abbiamo questa possibilità dove un super team di medici, fisioterapisti e massaggiatori ci salva gambe e piedi permettendoci di continuare. Nei tre ristori precedenti mi sono fermato solo pochi minuti per concedermi un pò di tempo qui, mangiare con calma, sfogarmi un pò sul mio stomaco, la meteo, il ristoro, le stelle, la luna e avanti…(pure questo si deve subire).

Passa un’ora ma mi è proprio servita. Parto deciso “ci vediamo a Ollomont” sono tranquillo la rivedrò presto, nel 2019 coprì questo tratto in quattro ore e mezza ma se vi ricordate avevo le gambe distrutte e volevo ritirarmi. Quest’anno invece tutto diverso nessun dolore e si parteeeee, azz ma sta diluviando beh poco male vai con tutto il vestiario anti acqua da 1000000000 colonne d’acqua. Alè pronti via, dieci minuti ed esce un sole incredibile, è la prima volta da quando siamo partiti, togli tutto e metti nello zaino tanto 2kg in più cosa vuoi che siano!! Salgo fiducioso e continuo a recuperare atleti, nessuno riesce a tenere il mio passo. Ripenso al dolore e alla fatica che provai qui due anni prima, nel frattempo incontro Josef che scende, gli chiedo di Melissa che ripartiva da Oyace quando io arrivavo e mi dice che sta bene, grande una dura, ci salutiamo e continuo la mia salita. Qui ogni pendio è ripido e continuo a chiedermi perchè abbiano scelto questi sentieri, non c’era qualche alternativa più “morbida”. Mentre salgo mi accorgo del mezzo miracolo fatto l’edizione precedente, qui lasciai andare davanti i miei due compagni (Valery e Manuel) perchè dovevo fermarmi ogni pochi passi, “però sei stato un bel duro” salire con quel dolore non deve essere stato semplice e nel frattempo aspettavo con ansia l’arrivo al ristoro di Bruson l’Arp. Qui nel 2019 dopo la telefonata a Raffy ero ancora convinto ri ritirarmi, arrivato però al ristoro trovai ancora i miei compagni che stavano ripartendo, quindi non mi avevano staccato di molto, ma soprattutto degli magnifici volontari che, non so se facciano dei corsi di mental coaching, ma con i loro discorsi ti intortano vietandoti il ritiro “dai ormai sei al colle” (vero) “vedrai che poi ti riprendi” (vero, ma allora non ci credevo). Comunque dopo il lavaggio del cervello e un pò di coca-cola sono ripartito più fiducioso e le tibie sembravano anche migliorare. Al colle venni raggiunto da un corridore francese e ancora adesso ricordo di essermi detto in un momento di improbabile patriotismo “e no questo francese non lo puoi mollare” così dalla camminata zoppa iniziamo insieme la discesa CORRENDO!!!! Non so ancora come e perchè ma dopo pochi minuti raggiunsi i miei due compagni di viaggio, lasciai andare l’atleta francese e da lì in poi non ci separammo più.

Eccomi nel 2021 ancora qui al ristoro, questa volta in condizioni fisiche diverse, mi fermo solo per farmi cippare e chiedo se qualcuno di loro fosse stato lì anche nel 2019 ci tenevo a ringraziarli e fargli sapere che grazie a loro avevo terminato la gara, ma purtroppo non trovai nessuno, pazienza, grazie comunque per quello che fate. 79km 7600D+ ore 16.37 posizione 53°.

Altri 400D+ e scollino al Col Bruson, 1200 metri di dislivello negativo e sarò a Ollomont. Discesa ripida e poi giù di corsa, i sorpassi diventano sempre più rari, adesso anche questi davanti menano e non sarà facile. Tutto va via regolare e arrivo sorridente al tendone, non male. Da casa mi dicono che sono 51°, si avete letto bene nel gruppo whats della mia famiglia controllano il live e scrivono tempi e posizioni in chat, devo dire che a questo punto mi sento veramente “gasato come la fanta” come direbbe il buon Juri.

Ristoro veloce, sono le 18.16 e siamo “solo” all’ 88°km. Il ritardo dall’edizione 2019 e sceso a 1h10’, inizio a pensare di poter scendere sotto le 34 ore. Nel frattempo la chat di casa con tifo da stadio crea qualche incomprensione e mia mamma, che non vede l’ora che questa pazzia finisca, mi manda un vocale facendomi i complimenti per il risultato, fortunatamente non sarò io a spiegarle che dovrò fare altri 40km.

Per la prima volta da quando ho lasciato Manuel al 50° km, mi raggiunge un atleta e la cosa quasi mi infastidisce dopo ore da solo avrei preferito continuare così, ma mentre la testa frulla in questi pensieri sento un verso dietro di me, è il mio “rivale” che mi fa notare il bivio che non ho visto sbagliando sentiero. Qui resto allibito e mentre lo raggiungo e ringrazio penso che dopo ore nella nebbia, di notte da solo non ho mai sbagliato e adesso se non ci fosse stato questo signore che mi aveva appena raggiunto chissà dove sarei finito, il destino è strano. Continuo chiedendomi per l’ennesima volta quale sia la percentuale media delle salite di questa maledetta gara e perchè non riesco più a recuperare posizioni, in salita salgo forte, in discesa e sul piano riesco a correre, la testa inizia un pò a vacillare. Sono quasi le 20.00 e spero di poter recuperare almeno questa diretta con Tatiana visto che alle 12.00 non avevamo connessione, ma ancora una volta la meteo non aiuta e riusciamo a scambiarci solo poche parole prima che tutto si blocchi. Resto con il cellulare in mano, leggo un pò di messaggi e ascolto i vocali di incitamento ed è incredibile quanto la fatica ci renda, particolarmente sensibili. Lo so come sono, mi conosco e se mi toccano il tasto giusto potrei dare ancora un pò di gas e recuperare ancora qualcosa e qualcuno. Ci penso un pò e poi tra stanchezza e delirio mando questo vocale nel gruppo dei miei atleti “ Non si molla un cazzo qui in Valle d’Aosta dove sono i tifi, i cori, le trombette, i megafoni siam mica qui a pettinare le bambole, alè ”. Mentre lo riscolto la voce sembra di un ubriaco, ma il risultato è quello sperato, numero e volume di messaggi arrivano senza farsi aspettare, semplicemente benzina sul fuoco. A “peggiorare” positivamente le cose nella nebbia la sagoma di un atleta, sono ore che non raggiungevo nessuno, altra benzina. Finalmente si alzano le nebbie e arrivo al Rif. Champillon ore 20.00, 93km 9200D+ e sono letteralmente in trance agonistica, non entro neanche perchè nell’arrivare ho visto tre o quattro atleti sopra al rifugio scomparire verso il Col Champillon, mi siedo fuori e bevo un brodo “entra che fa più caldo” mi dice una gentilissima volontaria, la guardo e le dico “ no grazie, devo andare a prenderli”. Un pò mi vergogno adesso a pensare di averle detto così ma in quel momento era diventata una caccia all’uomo, credo che quando la fatica inizia ad accumularsi ognuno di noi cerchi di motivarsi, caricarsi o spronarsi in vari modi; pensando al prossimo ristoro, al prossimo colle ai km fatti o che mancano, io in quel momento volevo solo recuperare il più possibile. Riparto con la frontale in testa ma spenta, “così non mi vedono arrivare penso” (non lo so forse mi stavo trasformando più in Rambo che tende le imboscate) comunque dopo un paio di calci ad alcuni sassi decido di accenderla. Arrivo al colle tra le nebbie e non si vede nulla, fortunatamente la tracciatura con le balise catarinfrangenti è eccezzionale e qui è il primo momento in cui non mi sarebbe dispiaciuto avere compagnia. Finalmente perdendo quota la nebbia si dirada ed ecco le frontali davanti a me, mi ripeto di stare tranquillo, con calma li recupererò manca ancora tanto e l’importante è correre regolare. La discesa è lunga e prima della fine raggiungo altri tre ragazzi, ma la cosa bella è che dall’altro lato della valle vedo tante lucine che si dirigono verso Bosses, che ve lo dico a fà, benzina a 100 ottani in arrivo!!! Arrivo al controllo di Ponteille Desot alle 21.41, 98°km. Chiedo info sul percorso che non ricordo, vedo una fila di fontali sopra di me e penso di essere quasi al ristoro ”hai 100 D+ poi 10km di strada poderale fino a Bosses” come 10km ma porca…di pianura ma porca…va beh però ho tante lucine davanti quindi pedala. Brucio la salita e inizio con una bella corsa regolare su una forestale quasi completamente piatta e super corribile, inzio a calcolare quanto impiegherò (penso di averci messo dieci minuti) e quando arrivo al risultato non ne sono molto felice almeno un ora e mezza mi dico. La prima mezz’ora passa, supero veramente parecchie persone e questo mi distrae, ma poi qualcosa inizia a non girare come si deve e la testa mi gioca brutti scherzi, in poche parole mi sono rotto le palle di correre in pianura. Inizio a camminare prendendomela con chi traccia la gara, con chi realizza le forestali nei boschi, con me stesso per iscrivermi a queste maledette gare. Per fortuna il tempo passa, lento ma passa e inizio a vedere le luci del paese, nel frattempo un paio di ragazzi che avevo superato mi raggiungono a loro volta ma sono talmente arrabbiato che non do peso alla cosa, mi rifiuto di corrergli dietro. Arrivo al paesino di Saint-Rhemy, ma poi mi ricordo che il ristoro è a Bosses due km più avanti, qui vi risparmio i miei pensieri. Ci sono: ore 23.18 110°km arrivo al ristoro ancora nero, sono stanco i piedi iniziano a darmi fastidio ma soprattutto, come cazzo si sono permessi di farmi fare 10 km su una stada in pianura!! Qui peccavo un pochino di onnipotenza lo ammetto. Piove forte, Raffy oltre a dover aspettare fuori e aver preso un sacco di freddo non può entrare nel ristoro, mi manca, è appena lì fuori ma non è così la base vita che mi aiuta e infatti sbaglio tutto. Mangio troppa pasta col ragù, non ricarico a sufficienza l’orologio ma cosa più importante non controllo i piedi, basta la gara dovrebbe finire qui per me e infatti la mia testa la conclude qui ne ha abbastanza. La remuntada può dirsi conclusa qui sono in 34° posizione con un ritadro di 54 minuti dal 2019. Metto la testa fuori, non voglio più continuare e poi ci ricasco basta il suo “dai tieni duro”, ma perchè l’ho preparata così bene. Ormai lo sa meglio di me, in gara una parola sbagliata può letteralmente distruggerti, per questo il team che ti circonda deve essere sempre positivo, carico anche se stanchi, affamati e addormentati come te loro non possono permettersi di dimostrarlo e lamentarsi. Parto, non ho riposato abbastanza ma la voglio finire non ne posso più. Piove e con me ripartono due ragazzi, soliti pensieri sul fatto che voglio stare solo ecc…ma adesso ad occupare la mia testa è il dolore ai piedi. Al ristoro per rabbia e pigrizia non ho neanche tolto le scarpe per cambiare almeno le calze e dare loro un pò di sollievo. Ad ogni passo il dolore si fa sentire, faccio un calcolo e capisco che ci dovrò convivere per 7/8 ore sapendo che andrà a peggiorare. I minuti sembrano ore, la testa mi dice di tornare indietro cerco di non ascoltarla ma è davvero dura. Saliamo in due, il terzo ragazzo si stacca un pò e il mio compagno è fortunatamente della zona e mi dice di conoscere a memoria la salita e si offre di stare avanti, qualcuno lassù mi vuole proprio bene. Non parliamo, ognuno immerso nei propri pensieri, continuo a dirmi che sono un coglione a non aver cambiato calze e scarpe, ma perchè ti vuoi flagellare sempre? E’ il momento più duro, ricordo che la salita è lunga per il rifugio Frassati, non so più cosa fare il male a ogni passo diventa sempre più insopportabile, la testa è al limite e non è più disposta ad accettare altro dolore. Come un flash mi ricordo di avere un antidolorifico, ma sono combattuto nel prenderlo, lo stomaco regge ma non è al massimo e potrei peggiorare, ma soprattutto il male credo sia dato dalle vesciche a cosa può servire? Lo tengo in mano ancora un pò e poi chiedo quanto manca al rifugio, “da qui circa un’ora” lo prendo dalla disperazione. Dopo le due ore e mezza più difficili della gara entriamo al Rif. Frassati. The e crostatine, coca cola finalmente mi rilasso un pò, qui due anni fà Valery e Manuel si erano concessi gli unici 5 minuti di sonno della gara, oggi sto ancora meglio, a livello di sonno del 2019. Vengo rassicurato che non farà freddo, nonostante piova, si parte verso il punto più alto della gara, il famosissimo Col Malatra 2936 metri. Il dolore è diminuito nell’ultima ora e questo mi ha dato un pò di speranza non sul cronometro che ormai ho abbandonato, ma sul fatto di non rovinarmi le ultime ore di gara. Arriviamo al Col tranquilli, ancora di notte quindi non vedo nulla, ultimi metri di corda fissa e ci siamo, ma guarda chissà cosa faranno qui quei due ragazzi e un fotografo di notte, ah già siamo in gara sono dell’assistenza. Un piccolo passaggio a vuoto che non regge il confronto con quello successo due anni prima. La zona era sempre quella, scendendo dal Malatra vidi in lontananza un puntino rosso, i miei due soci erano più stanchi di me quindi non gli chiesi nulla ma dentro di me pensi “ma cosa farà un distributore della Coca-Cola sul percorso della gara?”. Mentre scendevo verso il puntino rosso iniziai a sentire anche della musica, sapevo che era impossibile ma mi faceva compagnia e quindi continuai ad ascoltarla senza farmi troppe domande. Arrivati nei pressi del distributore tutto fu chiarito, era un bivacco di emergenza in plexiglass trasparente con all’interno coperte rosse. Quest’anno niente distributore durante la discesa, ormai qui si avanza di inerzia, vuoi che la sofferenza finisca il prima possibile.

Mi ritrovo solo, i piedi tornano a far male soprattutto in discesa e resto indietro, non c’è sentiero a tratti seguo solo le bandierine tra la nebbia, non mi ricordo nulla di questa ultima parte (scoprirò dopo che era stata leggermente modificata). Ultima salita, 200 D+ e sono al Pas Entre Deux Sauts 125km, penultimo punto di controllo “vuoi qualcosa” sempre i super gentili volontari “no, grazie solo che finisca” “dai 13 km ed è andata”. Dentro di me iniziano calcoli improbabili, ma come 12km!!!! il garmin non è più affidabile con i km è già a 140 e non so più cosa fare. Decido di dare una controllata ai piedi, almeno riposo un attimo ma lo spettacolo è orrendo, uno lo fascio anche se so che non servirà a nulla e l’altro? Potrei usare il buff, quello nuovo ATF non ci pensare neanche tanto ormai stai soffrendo da ore. La fasciatura come pensavo non è servita a nulla però il sentiero inzia a diventare meno inclinato e questo mi fa soffrire meno, vedo sempre dei frontalini davanti a me ma adesso sono felice di vederli perchè mi confermano di essere sulla strada giusta, la posizione è l’ultimo dei miei interessi ora. Ecco il ponte di ferro che porta alla balconata fino al Rif. Bertone ultimo controllo. In quel punto nel 2019 soccorremmo una ragazza spagnola che dalla fatica aveva perso l’orientamento. Il sentiero è un bellissimo single track corribile, non so come e perchè ma ho ripreso a correre, forse il tanto fango attenua gli impatti e incredibilmente raggiungo i miei due compagni ed altri ragazzi. Corro solo per il gusto di farlo sono pervaso da una felicità inspiegabile. Saranno un paio, tre km al massimo mi dico e spingo al massimo ma dopo poco i piedi non reggono più e inizio a rallentare, ad ogni curva spero di trovare il rifugio ma non è così, i ricordi del 2019 di quel tratto sono annebbiati e sta tornando il sentimento di rabbia che mi aveva accompagnato negli ultimi 10 km di Bosses. Però prima o poi deve finire, o no?! Un ragazzo mi raggiunge e mi chiede quanto manca, riesco solo ad allargare le braccia. Poi come un miraggio dietro l’ennesima curva eccolo lì, non il rifugio ma il punto di controllo Mont de la Saxe, sono le 06.21 e occupo la 29° posizione. Da qui normalmente basterebbero 40-45 minuti di corsa all’ arrivo ma io non sono in condizioni e mi siedo sul sentiero. Avevo detto a Raffy che quando sul sito averbbe visto il mio passaggio qui in meno di un’ora sarei arrivato. Meglio scriverle:

-piedi una vescica unica, sono all’ultimo controllo ma scendo molto molto piano

-non mollare sono qua

-ok

-ma un’ora o più

-io ti aspetto sempre (cuore)

La discesa è molto rocciosa e ciò non giova ai miei piedi ma sono regolare, più volte vorrei sedermi ma mi sforzo di non fermarmi so che non è lunghissima, mi superano un paio di persone ma non mi interessa, ecco riconosco la parte finale del sentiero che arriva in paese ci siamo. Ultima discesa su asfalto che porta all’arrivo, mazza non finisce più, cammino guardando dietro, ok che la posizione ormai non mi preoccupa però farmi superare all’arrivo non mi sembra il caso. Ci siamo sono sulla via principale, un ragazzino col campanaccio mi incita neanche fossi il primo, mi fa commuovere grazie mille. Ecco lo sapevo mancheranno 500 metri e arriva uno dietro di me correndo, scusa amico ma non oggi, non dopo quello che ho passato, inizio a correre e sì il momento che tutti sogniamo finalmente a portata di mano, in 34 ore e 33 minuti non so quante volte ti ho pensato, a volte scivolavi via e a volte ti tenevo stretto sicuro che sarei arrivato a costo di trascinarmi. Ora sono lì su quelle assi di legno e il tappeto giallo che per ognuno di noi hanno un significato diverso, mi danno fastidio i flash dei fotografi e adesso sì vedo Raffy che si sbraccia, è davvero finita.