A un mese esatto dal Tor Dret (138k 10000D+) mi presento al via di un altro ultra trail, definita “la classica autunnale” l’Ultra Trail Lago d’Orta 102,5km 5400D+.

Purtroppo non ho dei bellissimi ricordi personali di questa gara. Nel 2018 partecipai alla 60km e, da classico asino, partii troppo forte per l’allenamento che avevo in quel periodo. Dopo essere transitato a metà gara in 21° posizione iniziai a sentire un dolore nella zona esterna del ginocchio destro, assente in salita ma doloroso in pianura e devastante in discesa. Immagino che alcuni di voi si siano riconosciuti nella situazione di avere la bandelletta ileotibiale infiammata. Vi risparmio tutta la ravanata finale che si conclude con una camminata zoppincante in 146° posizione.

Ed eccoci al 2021 carico come una iena, che a due settimane dalla gara inizio ad avvertire una tensione a livello del ginocchio, quale? Indovinate un pò. 

Quindi, annullato l’ultimo allenamento di qualità per non peggiorare la situazione, resta solo che riposare e fare uscite facili a piedi o in bici. Risulteranno le due settimane più lunghe della storia, non vedevo l’ora della gara per sapere se il ginocchio fosse ok, ma nel frattempo ero contento di avere qualche giorno in più per recuperare. Lunedì massaggio di rifinitura da Sant’Omar pensaci tu e speriamo in bene.

Tutto è pronto, la crew torna all’origine con il rientro di Ale, sorella di Raffy che almeno avrà qualcuno con cui condividere le ore di attesa, si dice che la fatica condivisa pesi meno, spero che lo stesso valga per loro. 

La sera in campeggio finisco di preparare tutto e ci raggiuge Stefano, un amico del Trentino anche lui iscritto alla 100km, due chiacchere ed è ora di andare a riposare, la sveglia per domani è programmata alle 03.30 A.M.

“Buongiorno Omegna” squilla dagli altoparlanti il saluto di Silvano e Ivan, il clima è frizzante…in tutti i sensi. Ultimi ritocchi, foto di rito ancora con una parvenza serena e rilassata, ultimi dubbi sul vestiario perchè si parla di uno o due gradi sotto zero in cima al Mottarone, ma me ga crede mia (bravo pirla). 

Finalmente si parte e per la prima volta in vita mia, senza avere fatto un solo minuto di riscaldamento, ma mi ripeto che oggi avrò tempo e almeno sarò obbligato a partire tranquillo.

Prima salita molto affascinante, il serpentone di frontali dei concorrenti e la città illuminata sul lago rende tutto molto romantico, un gruppo di ragazzi dietro parlano e ridono continuamente, bello questo spirito positivo spero ci divertiremo tutti. Una controllata ai battiti ogni tanto per non fare qualche fuori giri e si continua. Iniziamo a uscire dal bosco e la temperatura si fa interessante, il prato inizia a brillare illuminato dalle nostre luci per la brina che lo ricopre e mi tornano in mente le parole dette un’ora fa sulle temperature. Per fortuna che anche Stefano parlando di vestiario pesante mi abbia convinto e così sono pronto, mentre l’atleta di fronte a me prosegue sereno in pantaloncini e maglietta, beato lui. Si scollina al Mottarone 1460m ed inizia la discesa verso Armeno, primo ristoro al 17°km. 

Discesa non facile perchè dissestata, veloce ed affrontata ancora in pieno buio sono le 06.30. Mi ripeto continuamente di controllare e non fare cazzate che siamo solo all’inizio, passo dalla 34° alla 46° posizione ma è ancora troppo presto per preoccuparsene e con calma verso le 07.10 arrivo al primo riposo. Come sempre la mia squadra sempre puntuale e precisa mi aspetta per i rifornimenti e un bacio che aiuta sempre, un the caldo e via verso Carcegna secondo ristoro al 31° km. Mi sento bene e sto controllando i primi 3km dopo il ristoro che sono ancora in leggera discesa e aiutano a lasciar correre le gambe. Mentre corro verso il lago albeggia ed è magnifico, anche se per qualche minuto rimpiango di aver lasciato a Raffy i guanti. 

Siamo all’inizio poco più di 20km fatti ed ora si corre proprio sulla banchisa del lago, spettacolare, si vedono addirittura i pesci e penso a quanto sono fortunato ad essere lì in quel momento…aspetta fotografo in vista, pulisci il naso sistema la giacca, sorridi…CIIIS…la fortuna di non essere un atleta elite e avere il tempo di sistemarsi. Abbandono il lago per uno strappo di circa 200D+ che mi porterà appena sopra Carcegna. La salita è abbastanza ripida su asfalto e inizio ad avere delle strane sensazioni di affaticamento ad entrambi i flessori delle cosce. Penso che siano le solite cose che vanno e vengono anche perchè sto tenendo un ritmo tranquillo e non ho fatto ancora 30km, passerà. Ok sono al 29°km e ne mancano due al ristoro, mando un vocale a Raffy per anticiparle che cambierò maglia e scarpe. Tempo di mettere via il telefono e mi ritrovo da lei, da qui in poi capisco che dovrò aggiungere due km al mio Garmin che se li è persi; mangio qualcosa, solito the caldo che sistema tutto, cambio maglia e da qui proseguirò con due scarpe diverse, una rosa e una verde, non per moda ma per necessità. Dopo il Tor Dret avevo un tendine della caviglia esterno leggermente infiammato che mi dava fastidio solo se veniva compresso, così ho avuto la brillante idea di modificare (leggasi distruggere) un paio di vecchie scarpe e fortunatamente mi sono ricordato anche di portarle, anche se non avrei pensato di utilizzarle così presto.

Riparto in 53° posizione, speravo meglio soprattutto perchè sono in leggero anticipo con i tempi prefissati, continuo verso il prossimo segmento di gara con 800D+ circa distribuiti su un paio di salite che mi porteranno al giro di boa ad Omegna. Purtroppo per me si ripresentano gli strappi su strada e puntualmente il fastidio alle gambe, adesso la cosa inizia un pò a preoccuparmi anche perchè nei tratti corribili faccio fatica e questa è una gara in cui c’è parecchio da correre. Mi tranquillizzo, pensando che ci sono ancora tanti chilometri, ma appena sento arrivare qualcuno di corsa che puntualmente mi sorpassa i pensieri negativi tornano. Fortunatamente arriva lei a salvarli, la discesa, che scorre via decisamente più fluida e soprattutto senza dolori o fastidi e così limitando i danni in salita e recuperando in discesa raggiungo Omegna al 47° km in 6h07’.

Passerella, proprio fisicamente, e si entra al ristoro. Per auto convincermi a tenere duro mi ero promesso dieci minuti di riposo, un bel panino o anche due e un pò di chinotto (non chiedetemi perchè). Ovviamente sforo di qualche minuto ma la bella compagnia non mi mette alcuna fretta di ripartire anche perchè rivedrò il mio team non prima di cinque/sei ore, ovvero al ristoro di Boleto all’81° km. Molto tranquillamente riparto tra i turisti e supporter che si trovano nelle strade di Omegna, per il tratto più duro della gara, adesso sono 49°, riposato, pronto per il secondo tratto di gara che più o meno (mi accorgerò meno) conosco e…sono un coglione!

A casa cerco di anticipare le situazioni che potrei incontrare, dal punto di vista meteo, alimentare, vestiti, scarpe e attrezzatura varia. Qui ad Omegna avevo chiesto a Raffy di prepararmi il completo ATF leggero pantaloncini e maglietta ma quando sono arrivato al ristoro per pigrizia non mi sono cambiato sperando che le temperatura non salisse troppo. Vana speranza, alle 12.00 sulla mulattiera sopra il lago con un pantalone ¾ nero, una termica nera a manica lunga e uno zaino nero il caldo lo sentivo, eccome e neanche gli occhiali ho preso, veramente pessimo. E’ incredibile come la nostra mente sotto stress faccia cose incredibili o dannatamente stupide, riesce a farci resistere ore in condizioni difficili e poi succedono cose come questa. 

Mentre mi maledico più volte, le gambe proprio in salita non ne vogliono sapere di migliorare, crisi mentale e fisica contemporaneamente vicino ad una base vita possono essere un mix potenzialmente pericoloso. 

Poi come capita spesso un flash mi ricorda, e come al Tor rinnovo il fatto che lassù qualcuno mi vuole bene, che per la prima volta ho portato un mp3. Non ne ho mai sentito il bisogno anche nei lunghi allenamenti da solo e di notte ho sempre preferito ascolarmi ed ascoltare ciò che mi circondava, ma per questa gara, mi ero preparato una decina di canzoni, nulla di particolare non essendo un amante della musica in generale ma avevo sentito questa voglia e così nel taschino insieme al traker avevo messo cuffiette e lettore. Dai proviamo anche questa perchè se no diventa gnecca la storia socio, mi dico. La musica parte, la mente si stacca da quel dannato senso di fatica delle gambe e provo a impostare un ritmo regolare. Vengo sorpassato da un’atleta ma a mia volta ne raggiungo due e tutto questo aiuta il morale. A metà salita vengo raggiunto da un ragazzo che sale leggermente più forte di me, adesso sono in dubbio se lasciarlo andare o provare a tenere il suo passo sperando che non mi faccia saltare, ci penso poco e propendo per la seconda, ma promettendomi di sganciarmi prima di andare fuori giri. Funziona così, almeno per me, nelle gare è un continuo compromesso con se stessi, come se testa e fisico fossero due entità diverse, una che vorrebbe spingere e l’altra che ti chiede di rallentare o addirittura di fermarti. Saliamo bene, io sono letteralmente incollato alle sue New Balance blu, a volte penso anche troppo e che potrebbe anche girarsi un pò alterato del mio fiato sulle sue caviglie, almeno a me darebbe fastidio ma ho bisogno più che mai ora di un riferimento. Recuperiamo posizioni e stranamente ricordo bene il tracciato percorso nel 2018. Finalmente siamo in vetta al Mazzocone 1424mt, dopo circa 1100D+, ora una veloce discesa per arrivare al ristoro del 56°km Alpe Camasca. Qui la scorsa volta stavo alla grande forse è per quello che ricordo bene la discesa e il ristoro, decido di togliere la musica che dopo un’ora e mezza inizia a stancarmi, breve rifornimento e in cinque minuti si riparte. Direzione Monte Croce, punto più alto della gara con i suoi 1640mt. Raggiungiamo la cima e poi verso il ristoro dell’Alpe Sacchi ed è qui che inzio ad accorgermi che i chilometri passano lenti, continuo a guardare l’altimetria sul pettorale ma ogni volta rischio di ribaltarmi e allora provo a spiare quella del mio “socio” davanti, ma essendo stampata per essere guardata da chi la indossa, a me appare al contrario e quindi preferisco lasciar perdere. In discesa però mi sento bene e mi accorgo di essere leggermente più veloce e cosi dopo circa tre ore e mezzo a fare il “ciuccia ruota” passo davanti, credevo che la mia locomotiva avrebbe tenuto tranquillamente il mio passo ben contento di aver ricevuto il cambio dopo così tanto tempo e invece su un tornante mi accorgo che si è attardato, continuo sapendo di essere ormai al ristoro dell’Alpe Sacchi 64°km. Qui mi faccio sistemare un gancio dello zaino dai sempre fantastici volontari che sono stati eccezzionali su tutto il percorso, mangio qualche fetta biscottata insieme ad alcune albicocche secche e siamo di nuovo in pista. Nel frattempo sono arrivati un paio di atleti che avevamo superato sulla salita del Croce e il mio compagno d’avventura.

Ripartiamo ancora insieme, un piccolo tratto in pianura su di una forestale e poi si girerà a destra per prendere il sentiero che ci condurrà in vetta al Monte Novesso. E’ un punto che ricordo perfettamente perchè in quel tratto, nella precedente partecipazione, superai un’atleta straniero che stava facendo la 140km e si trovava in netta difficoltà, non ricordo bene, ma mi disse di avere un dolore abbastanza importante ad una gamba, cercai di incitarlo e proseguii oltre pensando che io gare così lunghe non le avrei mai fatte (cit.).

Inizio a sentirmi quasi in una gara a coppie di sci alpinismo, scolliniamo e da qui inizia la parte più difficile della mia gara. Ci sono 17km per arrivare al prossimo ristoro, quasi tutti in discesa per cui inziamo a scendere. Adesso sono davvero stanco, non riesco più a rilassarmi e i muscoli fanno male ed inoltre non mi ricordavo tutta questa strada!! Per almeno due volte credo di aver raggiunto la zona del ristoro, anche perchè mi rifiuto da un pò di guardare i chilometri sul Garmin e la seconda volta è mentalmente devastante. Dopo circa 5h di gara condivise con un’altro ragazzo sono costretto a lasciarlo andare e in quel momento mi accorgo che non ci siamo praticamente mai parlati, solo una mia sbuffata lamentosa e la sua risposta “eh sì è ancora lunga”, tutto qui. So di essere una persona poco loquace soprattutto in gara, ma questa volta ero talmente al limite che ogni energia era concentrata sul tenere il ritmo, continuare a correre e non mollare. 

Mi ritrovo da solo, cosa che per altro non mi infastidisce solitamente, anzi, ma forse la mia testa si era abituata alla compagnia silenziosa ed era andata in funzione risparmio limitandosi a seguire i movimenti di chi mi precedeva. Sono su un bellissimo sentiero pianeggiante immerso nel bosco ma non ce la faccio più a correre, tutto nel mio corpo inizia a dirmi di rallentare, camminare e adesso, da solo contro tutti questi messaggi sempre più forti che mi bombardano il cervello, cedo. Sappiamo bene che una corsa seppur lenta, sgraziata e poco economica in tratti come questi è sempre più reditizzia di una qualsiasi camminata. Infatti poco dopo vengo raggiunto da un ragazzo che avevamo superato qualche chilometro prima, anche lui evidentemente molto stanco riesce però a mantenere la sua andatura. Nel superarmi esprime la sua stanchezza e mentre lo vedo allontanarsi penso “vedi che anche gli altri sono stanchi, doloranti, a pezzi ma non mollano?”. Basta riposare, non sono venuto qui per passeggiare, mi ero promesso che questa volta sarei arrivato ad Omegna correndo e quindi fino alla fine correrai. Riparto e i primi cinquanta metri guarda le gambe per capire se effettivamente siano ancora attaccate al mio corpo, fortunatamente questa situazione dura poco e i minuti passano come ore infinite, ancora un torrente da attraversare ancora sentiero pianeggiante poi una curva e magari…no ancora sentiero e ancora corsa. Non so perchè ma questa parte della gara (come mi era successo al Tor Dret) è stata completamente rimossa, non ricordo un singolo metro, una curva, nulla il vuoto totale e lì cosa c’e?! Un fotografo, che faccio gli chiedo o no quanto manca al ristoro? Sono secondi decisivi, la sua risposta potrebbe farmi risorgere oppure annientarmi, ma sono talmente cotto che non mi trattengo, ”quanto manca al ristoro?” “TRECENTO METRI”, cosa?? Resto inebetito e non riesco a filtare la sua informazione, cosa vuol dire trecento metri, oh cazzo ci sarà mica una salita così lunga, sul profilo della gara è segnato una leggera salita ma saranno sì e no 50D+, mentre il cervello si aggroviglia esco di colpo dal bosco e alzo la testa, sono a Boleto 81°km, erano semplicemente trecento metri di strada!!!

Arrivo al ristoro 35° in 11h38’ molto, molto provato. Qui trovo il ragazzo che mi aveva superato da poco, è con la sua famiglia in piedi che mangia qualcosa, io invece devo assolutamente sedermi, sono a pezzi fisicamente e la testa fa come vuole, fatico a mangiare e bevo poco, anche lo stomaco inizia ad averne abbastanza. Negli ultimi interminabili minuti però, in un momento di lucidità, sono riuscito ad analizzare gli ultimi venti km di gara con la promessa che una volta a Boleto poi sarebbero stati due tratti da dieci km poco impegnativi per arrivare alla fine. Fortunatamente al 92°km si incontra l’ultimo ristoro che diventa la mia ancora mentale, un oasi in mezzo al deserto. Resto seduto più del dovuto ma mi serve ogni secondo, Raffy e Ale sempre super attente non mi fanno mancare nulla ma adesso ho poco da chiedere loro, mi basta che ascoltino le mie lamentele per alleggerirmi un pò. Riparto, ho bene il testa il percorso e l’80% è fatto, così raccontandomi le solite balle riparto e mi sento tranquillo, stanco ma rilassato.

Appena uscito dal ristoro mi ritrovo su una balconata bellissima sopra il lago e vengo avvolto da un’euforia inspiegabile, curva a sinistra e inizio la discesa nel bosco. Poche curve e arrivo alla scalinata dove nel 2018 zoppicante, incontrai un fotografo e quindi immaginoci sarà anche quest’anno è un posto molto caratteristico e quindi vai con la preparazione, pulizia viso, sistemazione vestiti, pettorale e…noooo niente foto, nessuno, va beh continua a fare quello per cui sei venuto, correre. Tutto gira meglio, sono più sciolto e sereno, arrivo al lago e passerella fino all’ultima vera salita della gara 400D+ su una bellissima mulattiera che ricordo essere tosta. Due ragazzi fermano il traffico per permattermi di attraversare la strada e inziare la salita ma aspetta, mi ricordo che si transitava su strada ma non di entrate nel prato esterno di un cimitero, eppure le inequivocabili bandierine infilate nel terreno non lasciano dubbi, un altro passaggio caratteristico che non dimenticherò. Si parte, raggiungo due atleti che mi avevano superato nella mia lunga sosta a Boleto e adesso sono loro che cercano di tenere il mio passo, salgo regolare e mi sento proprio bene torno ad essere “felice” dopo venti km di inferno. La salita scorre e inizio a recuperare gli ultimi atleti della 55km partiti da Omegna in mattinata, saluti e complimenti reciproci e avanti tutta. Ho ripreso anche a guardare il Garmin, avevo un’idea del tempo che mi sarebbe piaciuto realizzare e fino ad ora sono stato nei tempi ma il lungo tratto centrale aveva fatto vacillare le speranze che avrei tenuto il ritmo negli ultimi chilometri. Ora invece comincio a crederci e….e dove cazzo sono i segnali della gara?? Mi giro e dietro vedo i due atleti che mi seguono ancora a un centinaio di metri, siamo sbucati in un centro abitato e sulla strada non vedo segnali. Chiedo ad un signore che non ha idea di dove passi la gara e già questo mi mette in allerta, ma mi dice che probabilmente sto percorrendo una strada laterale e poco più avanti incrocerò il bivio che mi porterà a Grassona. Nel frattempo vengo raggiunto dai due inseguitori, la ragazza è francese ma penso che dal mio sguardo e il continuo guardarmi in giro tra il confuso e disperato abbia già capito. Riferisco quanto appreso all’altro ragazzo dicendogli anche che arrivare a un bivio da un’altra starda, se ci fosse un eventuale controllo, anche se siamo sicuri di non aver tagliato nulla, non mi piacerebbe molto e così, mentre stiamo decidendo cosa fare vedo un nastro rosso. Eravamo solamente su una parallela e semplicemente attraversando un prato ci ritroviamo sul percorso originale, adesso l’obbiettivo temporale inizia a insinuarsi nella testa e riparto spedito verso l’ultimo check point. Eccolo, ricordo tutto benissimo perchè invece di salire i gradini del ristoro nel 2018 avevo salito i gradini dell’ambulanza per farmi mettere un pò di ghiaccio sul ginocchio dolorante, ma questa volta no, arrivo e volo al ristoro non voglio niente ormai di mangiare non se ne parla, però un goccio di acqua gasata volentieri, metto il frontalino in testa e saluto per l’ultima volta Ale e Raffy che non si è resa bene conto di quel che è successo abituata ormai alle mie soste simili a una pausa pranzo e finalmente posso dirle, ci vediamo all’arrivo. Riparto veloce, non voglio dare riferimenti visivi dietro, ormai qui inizia a tornare un pò di quell’agonismo perso durante la giornata e poco dopo raggiungo sempre lui, il ragazzo che mi aveva superato prima di Boleto. Questa volta passo subito davanti e gli dico “dai andiamo insieme”, un paio di strappetti in salita e sembra staccarsi ma invece recupera subito, capisco che è uno bello tosto altrimenti non sarebbe qui. Sarà la differenza di stato d’animo o perchè lui sembra uno molto più espansivo di me iniziamo a parlare subito e quasi ininterrottamente. Ci sproniamo a vicenda e intanto i km passano e il buio cala. Ricordo il finale con rampe di fango a picco sul lago da fare in retromarcia, invece quest’anno, fortunatamente, il percorso è leggermente diverso e senza accorgermene arriviamo al centro sportivo, mancano due chilometri di lungo lago ed è fatta. Sembra facile, semolioce routine ma sembrano infiniti dopo averne fatti già cento. Ad accompagnarci in questo finale che è diventato a tre anche suo figlio a sostenerci. Al buio non riuscivo a capire quanto mancasse, incontravamo atleti che avevano finito e altri tifosi che ci incoraggiavano “dai poco più di un km” “dai ormai manca un km”, ma quanto può essere stramaledettamente lungo UN CHILOMETRO?! La percezione del tempo e dello spazio sono completamente andate, fino a quando riconosco la zona del traguardo con tutti i suoi stand. “Ah comunque piacere io sono Andrea, piacere Roberto” avevamo parlato un’ora senza neanche sapere i nostri nomi, il bello del mondo trail. Ci siamo ultimi cento metri, ci diamo la mano e arriviamo insieme (anzi lui 1 secondo prima di me) concludendo 38° assoluto e 34° uomo (fortissime le donne!!) in 14h32’21”. Esulto, sono stremato ma al settimo cielo, prendo la bellissima medaglia di finischer, abbraccio Roberto e lo ringrazio, la sua compagnia mi ha aiutato tantissimo nell’ultima ora e spero di aver potuto fare lo stesso per lui.

Avevo promesso a me stesso che quest’anno sarei arrivato a Omegna correndo, a qualunque costo!!

Ora mi posso sdraiare.


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